Tag

, , , ,

Lo studio di Barbara era pieno di libri. Avrei potuto prenderne uno e leggere qualche pagina prima di addormentarmi. Tanto Barbara e Paolo non se ne sarebbero accorti, dal momento che stavano trafficando in cucina con i piatti da lavare. Ma una sorta di pudore mi impediva di sfiorare il dorso dei romanzi che tappezzavano la stanza. Il terrore di non riuscire ad addormentarmi in un letto diverso dal mio mi aveva convinto a mettere in valigia anche un libro; per passare il tempo in caso d’ insonnia. Avevo scelto di portar con me “Genius Loci” di Vernon Lee: un Sellerio che avevo comprato semplicemente perché mi piaceva molto la stampa di Leonetto Cappiello del 1908 che aveva in copertina.

Vernon Lee, Genius Loci, Sellerio

Quella sera, dunque, volevo leggere Vernon Lee prima di addormentarmi: ma per me, che di solito sono a letto già alle nove di sera, era tardi. Morivo di sonno. Dopo poche righe richiudevo il libro, poi allungavo una mano per appoggiarlo sul tappeto e per trovare l’ interruttore della lampada.
Spegnevo la luce, e già temevo di rimanere sveglio per ore e ore, con le braccia ripiegate sul petto e lo sguardo perso nel buio: stanchissimo, ma incapace di chiudere gli occhi. Per fortuna il divano-letto dello studio, che Barbara aveva preparato per ospitarmi quella notte, era accogliente. Il rumore dei vagoni ferroviari che passavano sotto la finestra cullava i miei pensieri, facendoli addormentare – assieme a me – nel desiderio di andare a Roma in treno. Così il mattino seguente mi svegliavo, convinto di aver viaggiato tutta la notte e di essere tornato alla stazione di partenza: l’ appartamento di Barbara e Paolo.

Nei giorni seguenti portavo con me “Genius Loci” per leggerlo sull’ autobus. Imboccata l’ autostrada, che procedeva dritta verso Milano, mi sistemavo meglio sul sedile e sfogliavo le pagine a casaccio. E fra quelle pagine mi è rimasto impresso, in particolare, un capitoletto dedicato a Mantova e ai suoi laghi.

“In un’ abbagliante giornata di giugno furono i laghi, la delizia dell’ acqua e del falasco che vidi dal treno, a spingermi per la prima volta a scendere a Mantova, e anche quest’ estate il loro pensiero mi ci ha portato di nuovo. Circondano la città da tre lati, formati come sono dal Mincio nel suo percorso dal lago di Garda al Po, laghi poco profondi che si riversano sulla grande pianura lombarda. Sono limpidi, increspati e orlati di canne, cosparsi di gigli d’ acqua come isolotti e vi ondeggiano le più lunghe e verdi erbe palustri. Qua e là si scorge una vela bruna che arriva da Venezia, i bambini che fanno il bagno sotto le torri del Castello, in una strettoia c’è un lungo ponte di pietra coperto dove le acque scorrono fra le ruote dei mulini e dove s’ intravedono ambienti freddi e scuri che sanno di frumento.”

Appena si entra nel Castello di San Giorgio, si arriva velocemente agli affeschi della “Camera degli Sposi” di Mantegna: e dopo una sorvolata descrittiva sul diroccato studiolo di Isabella d’ Este, salta fuori un’ esclamazione che condensa lo stupore d’ aver intravisto – non si sa bene in quale diruta stanza ducale – le cornici vuote del “Trionfo di Cesare”.

“Ma ciò che colpisce a Mantova è l’ incredibile combinazione, il fantastico duetto del palazzo e del lago. Naturalmente si visita prima la parte antica, il castello di mattoni rossi dei Marchesi di un tempo in una delle cui torri quadrate ci sono i meravigliosi affreschi del Mantegna: affascinanti cupidi, simili a soffici nuvole trasformate in puttini che giocano nel più bel cielo azzurro tra ghirlande di ortaggi, di aranci e di limoni che formano degli archi trinofali co i Marchesi di Mantova e tutti i giovani spavaldi Gonzaga. L’ intera decorazione, dove predominano l’ azzurro, il bianco e il verde smaltato è delicata seppure fredda nel suo splendore, ma di certo è la più integralmente godibile rispetto alla gran parte delle opere del Mantegna. Tuttavia le finestre incorniciano qualcosa di più bello e delizioso: uno dei laghi! Le acque di pallido azzurro orlate di canne verdi, i pioppi e i salici della retrostante pianura, la vaghezza bluastra delle Alpi e il tutto unito dal lungo ponte del castello con le torri di mattoni color geranio chiaro.”

Giovanni Agosti, Su Mantegna I, Feltrinelli

Dalla lettura di queste parole scaturisce, quasi per magia, il ricordo del paesaggio che appare alla finestra nella “Morte della Madonna” di Mantegna: un dipinto che, assieme ad altre tre tavolette riunite in un trittico farlocco conservato agli Uffizi, doveva far parte della decorazione della cappella nel Castello di San Giorgio. Invece di star qua a parlare dell’ opera in questione (appunto questa “Morte della Madonna” allestita a Mantova con la regia pittorica di Mantegna), preferisco farvi leggere un pezzetto del volume “Su Mantegna I” del prof. Giovanni Agosti.

“ […] la scena che impressiona certo di più è la Morte della Madonna del Prado, che registra con fedele poesia l’ impatto con Mantova, città allora completamente circondata dalle paludi e dai laghi creati dal fiume Mincio. La veglia funebre si svolge, di giorno e a lume di candela, in una sala del Castello di San Giorgio: non soffia un filo d’ aria e non si esclude che Maria, già anziana, sia morta di caldo. E’ come una madre vecchia, con tanti figli adulti che non si sono sposati. Dalla finestra si vedono le acque, sotto un cielo afoso striato di nuvole, con i riflessi degli edifici, il ponte coperto, le barche, le case, le chiese ei campi lontani a perdita d’ occhio. Di fronte a un’ immagine così, corrispondente al vero, persino a quello di adesso, vacilla nel ricordo anche il lago di Ginevra riprodotto da Konrad Witz nella sua Pesca miracolosa.”

Ah, che bella figura avevo fatto durante l’ esame di storia dell’ arte moderna! Quando il mio prof. mi aveva messo sotto il naso proprio il dipinto di Konrad Witz; ed io, a condire il solito antipasto d’ informazioni su autore, data e luogo di conservazione, avevo scolato lì il nome del monte più alto, trovato per caso leggendo la “Storia dell’ Arte” di Ernst Gombrich.

Ma ora torniamo a noi e alla nostra Madonna morta: nessuno fra tutti quei santi osa voltare la testa verso la finestra, né per prendere una boccata d’ aria, né per nascondere la faccia rigata di lacrime. E’ come se tutti volessero tenere il bellissimo paesaggio lontano dagli occhi e dal cuore, quasi fosse un personaggio sgradito finito lì per sbaglio, fuori luogo, e indifferente alla morte e al dolore. Anche Mantegna muore, come la sua Madonna, fra le melme palustri di Mantova. E proprio con la cronaca di questa morte si chiude il primo capitolo del libro del prof. Giovanni Agosti: c’è di mezzo un mancato incontro con un giovane chiamato Albrecht Dürer, sceso in Italia a scaldarsi nell’ afa padana. Un incontro che “[…] adeguatamente sceneggiato, potrebbe stare tra Hofmannsthal e Strauss. Il titolo: «Albrecht und Andrea», o qualcosa del genere.”

“Un tormentato trentenne di Norimberga, affascinato dall’ Italia, gira per la valle del Po, in un’ estate che non finisce mai, dopo una lunga sosta veneziana tra notti alle osterie e visite ai mostri sacri e sacra diffidenza per il lavoro dei più giovani. Finalmente un giorno il signore della pittura italiana, che vive isolato da tutti nella corte persa tra le lagune e le paludi, fa sapere di essere disposto a ricevere l’ oltramontano, che in patria copiava ammirato le sue creazioni più folli in grandezza 1:1. Sta crollando un mondo, fatto di severità e rigore e assoluta discrezione di sentimenti; frusciano dappertutto grazia e delicatezza: e le dame della marchesa Isabella, alla piccola corte, si raccontano tutto il giorno: “Mi piace quello…”, “Mi ha guardata…”, “Questa musica mi intenerisce il cuore…”, “Fatti ritrarre con la cagnina…”, “Quale? Aura? Oriana?…” e il vecchio Mantegna, che si sente morire, confonde quelle conversazioni cretine sulla natura dell’ amore con i “moti dell’ animo” che Leonardo ha scoperto: e nel fare di tutt’ erba un fascio per una battaglia perduta cerca un giovane alleato.”

“Ma l’ incontro non avviene, perché il 13 settembre 1506 Mantegna muore. I suoi ultimi istanti sono narrati nei versi di Antonio Tebaldeo, il precettore di Isabella d’ Este, che tra non molto verrà ritratto da Raffaello: il vecchio pittore, “maxima picturae gloria”, è a letto, sente la vita che gli scappa e ha già perso la vista; gli portano una statuetta antica con un nume alato e lui, che ha appena dovuto cedere alla marchesa per ragioni di bisogno il prediletto busto dell’ imperatrice Faustina, riprende per un attimo un po’ di forza e brancola a tastoni sul marmo. Nel libretto del melodramma , che poi corrisponde proprio alla storia, Albrecht Dürer viene al proscenio a dire che quell’ appuntamento mancato con Andrea Mantegna è stato “il più grande dolore della mia vita”. Scrive al suo amico Willibald Pirckheimer a Norimberga: “Quanto freddo avrò dopo tutto questo sole…”, e riparte verso il Nord.”

Una decina di anni dopo, in quel di Venezia, muore anche il vecchio Giovanni Bellini. Fino all’ ultimo era riuscito a tener testa tanto a Giorgione quanto a Tiziano, i due nuovi pittori della Laguna venuti su proprio in quegli anni. Le cose della pittura cambiano, in fretta e di molto, proprio nel decennio che separa la morte di Andrea da quella di Giovanni: e ci penserà poi Raffaello a chiudere un’ epoca, spegnendosi proprio nel giorno del suo trentasettesimo compleanno – il 6 aprile 1520.

Ora basta parlare di morte, se no i miei ospiti scappan via tutti! Forza, tiriamoci un po’ su con “L’ Incoronazione della Vergine” di Giovanni Bellini. Qui ci sono tutti: la Madonna, i Santi, e si è scomodato persino Gesù Cristo. Ed ecco, c’è anche una finestra con paesaggio, come nel dipinto di Mantegna. Ma se nell’ allestimento mantegnesco la Madonna moriva in una stanza di Mantova, qui Bellini monta la scena all’ aperto, per un’ incoronazione “en plein air”.

Si può mettere fra Gesù e Maria un bel tavolino – ad esempio quello pseudo-Biedermeier che il giovane Mantegna aveva piallato nel marmo per il San Luca di Brera – e sembra che madre e figlio siano seduti a far colazione, tête-à-tête, nell’ ariosa veranda di un caffè. I Santi si accalcano come camerieri che devono prendere le ordinazioni. A prima vista sembrano impassibili, ma in realtà sono ansiosi di servire al meglio quei due famosissimi “vips”, ai quali è stato riservato il tavolo migliore: quello con l’ ampia vista sul castello da fiaba, così bella che “sembra un quadro”.

Annunci