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Un bel giorno di fine estate, stravaccato sul letto, avevo fra le dita “La civiltà della conversazione” di Benedetta Craveri. Da poco l’avevo cominciato, e le pagine del libro scorrevano beatamente. Ero ormai entrato nella camera azzurra di Madame de Rambouillet, e stavo gia quasi per uscirne, tra terzo e quarto capitolo, quando mi sono imbattuto in un personaggio maschile che, di lì a poco – trattenendomi dall’andar via – mi avrebbe stupito con una stupefacente sorpresa. Questo personaggio mi ha permesso di indugiare ancora per molte pagine nell’azzurro del salotto Rambouillet: Vincent Voiture, gradito ospite di basso rango e modesta statura della padrona di casa, che con la sua personalità sospesa fra la “sprezzatura” de “Il cortegiano” di Castiglione e l’arguto evolversi dell’esprit più squisitamente francese, intratteneva piacevolmente gli amici improvvisando poesie e scrivendo lettere. Ed è proprio una sua lettera che, trovata per caso, quel giorno, fra le pagine del libro, mi ha costretto a interrompere la lettura per correre a cercare qualcosa su Goya.

Philippe de Champaigne, "Ritratto di Vincent Voiture"

No, non voglio anticipare troppo. Per adesso vi taglio e vi servo qui una fettina non troppo calorica da una pagina di Benedetta Craveri: vi dirò dunque poco, anche se in verità l’autrice racconta molte cose su Voiture, rivolgendosi anche a molti testimoni di quell’epoca, ancora seicentesca, ma che già sembra confondersi – anche nelle deliziose conversazioni dei salotti – con il secolo del Lumi.

“La maggiore ambizione di Voiture […] era quella di piacere ai destinatari delle sue lettere e di divertirli. Per riuscire nel suo intento, egli si mostrava pronto, in primo luogo, a giocare la carta dell’autoironia. Uno degli esempi più brillanti è senz’altro la lunga lettera indirizzata a Mademoiselle de Bourbon, futura duchessa di Longueville; la principessina undicenne giaceva a letto ammalata e Voiture, incaricato di distrarla, non era riuscito nell’ impresa.”

Ecco, basta così. E ora, dopo questo assaggio a far da antipasto, viene servita la portata principale: ovvero una parte della lettera in questione, dove ho trovato la sorpendente suggestione pittorica che mi ha costretto a interrompere la lettura:

“Mademoiselle,
Venderdì pomeriggio mi hanno fatto saltare per aria su una coperta perchè non ero riuscito a farvi ridere entro il tempo accordatomo a quello scopo. Madame de Rambouillet ha emanato tale sentenza su richiesta di sua figlia e di Mademoiselle Paulet… Ebbi un bel gridare e difendermi: qualcuno portò la coperta e quattro degli uomini più forti del mondo furono scelti per la bisogna. Ciò che posso dire, Mademoiselle, è che nessuno arrivò mai in alto come me, e non credevo che la fortuna mi avrebbe innalzato tanto.”

Quel giorno mi ero fermato più o meno qui, nel bel mezzo delle parole di Voiture:  con una mano sulla bocca per lo stupore, mi ero alzato dal letto, ed ero corso a ravanare fra i cumoli impolverati di fascicoletti, cartacce, quaderni buttati un po’ dappertutto, in quella sorta di caos inestirpabile che ancora bivacca fra la mia piccola stanza e le librerie del corridoio. Appena letta – nel mucchio – la parola “Goya”, ho allungato la mano e sfogliacciato furiosamente. Ed ecco apparire l’agognata immagine che cercavo: “Il fantoccio” (El pelele) di Francisco Goya.

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Francisco Goya, "El Pelele"

Come giocattoli che si divertono fra loro, quattro fanciulle imbambolate ridacchiano, strapazzando un lenzuolo, per scaraventare su e giù un pupazzone incipriato e cicisbeo, poco prima di scappare al primo tuono che cova fra un incombere di nubi – plumbeo sull’azzurro del cielo. Sulla gioia fugace di questo felice divertimento sta per scrosciare tutta l’acqua molesta di un temporale; ma il gioco prosegue fino all’ultimo momento, fino all’ultimo sobbalzo del fantoccio, e poi ci sarà da ripiegare il lenzuolo, fra le risa, correre a chiudersi in casa, e nascondere il pupazzone sotto il letto. Dopo i tersi  azzurri di Tiepolo, nel cielo di Goya cominciano a calare nubi grigie, che finiranno poi per farsi nere nelle sue ultime cupe opere.

In casa, su Goya, avevo poco e niente. Afferrai il cellulare, e chiamai Elena. Non ero abilitato ad effettuare la chiamata: scaraventai il telefono sul letto, quasi addosso al povero libro della Craveri. Sapevo che Elena aveva la dispensa universitaria dedicata a Goya, pubblicata in occasione dell’ultimo corso di iconologia tenuto dal prof. Pierluigi de Vecchi.

E solo pochi giorni fa, incontrandola a Milano per un pomeriggio di shopping mancato, mi ha consegnato tutto il materiale che mi serviva. “Sì-sì… bla-bla-bla… io-io-io… grazie-grazie… ciao-ciao-ciao… ” e son corso a rinchiudermi in casa a sfogliare le pagine della dispensa in cerca di qualcosa di utile. Ed finalmente ecco qua, fra tanto altro, tre pezzi di testo che dovrebbero bastare a tener in piedi il discorso.

“ …dall’aprile 1790 Goya era stato incaricato di preparare una nuova serie di cartoni, raffiguranti temi giocosi e campestri, per arazzi destinati allo studio del re nel Palazzo dell’ Escorial. L’ artista oppose fortissime resistenze, provocando addirittura l’ invio a Carlo IV di un memoriale da parte della manifattura. Alla fine, minacciato di perdere il proprio appannaggio come pintor de camera, nel maggio del 1791 dovette rassegnarsi a iniziare il lavoro, che procedette comunque molto lentamente, tanto che i bozzetti furono consegnati solo alla fine dell’ anno. Entro l’ estate del 1792 erano pronti sette cartoni, cinque per arazzi maggiori e due per sovrapporte.”

“Lo spunto per El Pelele […] deriva da un gioco popolare carnevalesco, che consisteva nel lanciare in aria un pupazzo di paglia collocato su un panno o lenzuolo di cui i giocatori tenevano i lembi, allentandoli e tirandoli. Il divertimento consisteva nel vedere le pose assurde del pupazzo disarticolato, in aria come nel cadere.”

“Stoichita e Coderch hanno proposto una più complessa interpretazione dell’immagine come rito carnevalesco di ribaltamento:il fantoccio andrebbe inteso come «figura del tempo antico che muore o, per essere più precisi, che torna su se stesso, trasformandosi nel proprio contrario », ma al medesimo tempo rappresenterebbe una punizione in effige: «la voluttà dell’ irrisione, insieme con una certa violenza, si fa largo in maniera allusiva in questo che in fin dei conti non è altro che la simulazione di un supplizio».”

De Vecchi non condivide queste ultime posizioni di Stoichita e della Coderch, autori appunto del libro “L’ultimo carnevale”, pubblicato da Il Saggiatore, che vi presento, in fotografia, qui sotto: infatti, secondo l’opinone del professore, questa lettura dei due studiosi sembra compiuta alla luce di esperienze e intenzioni che in Goya, certamente, ci sono, ma che matureranno e si manifesteranno con evidenza soltanto più tardi.

V. Stoichita, A. M. Coderch, "L'ultimo carnevale", Il Saggiatore

Uffa, il libro di Stoichita non è ancora entrato nella collezione delle mie letture. Peccato, forse avrei potuto ricavare qualcosa di più sull’usanza carnevalesca di questo gioco, soprattutto per poter indagare, con più scaltrezza, sul sogno di Voiture. Penso che non sia del tutto sbagliato riconoscere, tanto nell’opera di Goya quanto nella lettera di Voiture, il riferimento allo stesso gioco carnevalesco, con una maggiore aderenza alle usanze nel pittore e con un pizzico in più di libertà, facilitata dall’invenzione letteraria, nelle parole di Voiture: ma, in tutta sincerità, non me la sento di trovare – a tutti i costi – cruciali aderenze fra i due autori.

A parte questo, però, e per finire, mi preme osservare come tanto in Goya quanto in Voiture sia sempre l’uomo ad essere schernito al cospetto, o per volontà, delle donne. In entrambi scherzo, divertimento, e punizione, mescolandosi, si confondono. Voiture viene scherzosamente “punito” dalle donne con le quali non è riuscito ad essere “divertente”. Nell’opera di Goya la “punizione” è rappresentata nel gioco, divenendo così fittizia e scherzosa: Goya rappresenta un gioco scherzoso, come del resto anche Stoichita e la Coderch riconoscono. Voiture racconta la sua punizione stemprerandola nell’immagine di un sogno, con la volontà di proporre, ancora una volta, nelle parole di una lettera destinata ad un intrattenimento piacevole, uno dei suoi scherzi divertenti.

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