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Appena sveglio ho scartato i doni di Elena. Ho strappato via la carta dal pacco più grande e mi sono ritrovato fra le mani il bellissimo catalogo della prima mostra del Cerano, allestita a Novara nel 1964. Un regalo che mi ha reso molto felice; anche perchè solo pochi giorni prima, vagando fra le bancarelle di un mercatino di cianfrusaglie, avevo trovato l’ ambito catalogo della mostra mantovana del 1961 dedicata a Mantegna, che a giudizio di Francis Haskell dovrebbe essere considerato uno dei primi libri d’ arte “da coffee table”. Se avessi un tavolino da caffè tutto per me, accanto al catalogo del Mantegna ci metterei anche il bel volume di Elio Grazioli intitolato “Arte e pubblicità”, pubblicato da Bruno Mondadori. L’ ho scovato alla Hoepli, la libreria ricostruita da Figini e Pollini, nel dopoguerra, in una delle zone più belle del centro di Milano. Per andarci passo sempre nella vicina piazza Meda, dove ogni volta mi fermo a guardare la casa del Manzoni e il palazzo Belgiojoso costruito dal Piermarini.

Elio Grazioli, "Arte e pubblicità", Bruno Mondadori

Cosa stavo dicendo? Ah, sì… dunque, torniamo ad “Arte e pubblicità”. In questo ampio saggio Elio Grazioli affronta i rapporti intrecciati fra produzione artistica e comunicazione pubblicitaria, partendo dalle origini ottocentesche del manifesto fino alle “ultime tendenze dell’ arte d’ oggi”; tanto per sfruttare il titolo di un testo di Gillo Dorfles a me molto caro. Al di là dello specifico argomento che affronta, “Arte e pubblicità” può anche essere usato come un manuale di storia dell’ arte contemporanea, che personalmente consiglierei volentieri a chi volesse affrontare un approccio ottimale con la Pop Art. Di questo libro mi piacciono molto le parti su Andy Warhol: notevoli, ad esempio, anche gli interventi del filosofo Arthur Danto a lui dedicati, recuperati da Grazioli e integrati all’ interno di un ampio capitolo sugli anni Sessanta. Leggiamo dunque qualcosa di quel che dice Danto a proposito di Warhol.

“Le sue minestre si erigono a celebrazione sacramentale della loro realtà concreta, quella di minestra quotidiana, per così dire, o di cosa che viene consumata ogni giorno, come ha dichiarato di fare lui stesso. […] Esse sono sempre uguali. Si può preferire il “pollo e vermicelli” al “passato di pomodoro”, ma tutte le scatole di pollo e vermicelli devono essere identiche, così come questo grande egualitarista di Warhol pensa che tutte le persone sono identiche. Quello che gli piace nei prodotti alimentari americani è che sono sempre uguali: la regina d’ Inghilterra non potrebbe procurarsi un hot-dog migliore del primo venuto. La ripetizione fa dunque parte integrante del suo percorso, concatenando scatola di minestra con scatola di minestra, Marylin con Marylin, fino a quando l’ impressione del dejà-vu si dissipa per lasciarci percepire i prodigi del banale.”

Un esemplare di "Brillo box" di A. Warhol

Fatta provvista di queste osservazioni, mettiamo da parte le scatole di zuppa Campbell, le Marylin e le lattine di Coca-Cola per soffermarci sulla scatola di detersivo Brillo; un altro prodotto di consumo divenuto icona dell’ attività artistica warholiana. Nel 1964, in occasione di una sua esposizione presso la Stable Gallery di New York, Warhol aveva allestito le sue opere in uno spazio occupato da scatole e scatole di Brillo appoggiate l’ una sull’ altra: gli interni della galleria d’ arte assumevano così l’ aspetto di un magazzino. In realtà le scatole di Brillo proposte da Warhol erano riproduzioni in legno, identiche nelle dimensioni, nel colore e nella grafica alle confezioni originali del detersivo. E proprio Danto, dopo aver visitato questa mostra, ha riflettuto sul particolare caso artistico rappresentato dalle riproduzioni delle confezioni Brillo.

“Il designer originale della scatola Brillo di quegli anni era di fatto un espressionista astratto mancato della seconda generazione, che si era lanciato nell’ arte commerciale come pis-aller. Distingueva nettamente l’ arte dalla sua attività pagata a ore o a cottimo (come nel caso della scatola Brillo). Ironia che doveva riempirlo di amarezza, nel 1964 Warhol fece semplicemente passare la scatola Brillo dall’ altra parte della linea che si credeva così invalicabile nel 1954, ma che degli artisti avevano allegramente attraversato nell’ altro senso, diciamo nel 1894. E, così facendo, Warhol esemplifica il terzo tipo di rapporto che mi propongo di illustrare, obliterando in senso inverso la fronitera fra l’ arte alta (high) e quella triviale (low). Il designer originale, di fatto, intentò un processo a Warhol, ma Warhol aveva fatto qualcosa che quello non avrebbe saputo fare. Warhol fece dell’ arte a partire da una scatola che il suo designer aveva separato dall’ arte. Sarebbe stato concettualmente impossibile a quest’ ultimo considerare arte ciò che aveva creato”.

Naturalmente Warhol è il rappresentante più famoso della Pop Art, ma non guasterà ricordarne “en passant” anche altri. Guai a dimenticarsi di Robert Rauschenberg, di Jasper Johns, di Roy Lichtenstein, anche se i miei preferiti restano Wesselmann e Claes Oldenburg.Ogni volta che si parla di Pop Art è a mio parere doveroso ricordare anche Leo Castelli: nato a Trieste, arrivato negli USA nel 1940, è stato uno dei più prestigiosi galleristi americani del dopoguerra. Se in questi giorni di frenetiche spese natalizie vi è capitato di passare nel reparto dedicato all’ arte di qualche libreria, avrete forse notato la sua biografia, scritta da Alan Jones e pubblicata da Castelvecchi – con una bella introduzione di Gillo Dorfles e una pessima copertina.

"New York Interiors", Taschen

Questo libro non è ancora sui miei scaffali, ma se aspettate qui vado a prendere “New York Interiors”; un volume Taschen del 1997 dedicato alle case più esclusive della Grande Mela, fra le quali non mancava, allora, l ‘ appartamento di Leo Castelli. Ho il sospetto che dopo la scomparsa del gallerista, avvenuta nel 1999, la sua casa abbia subito qualche inevitabile trasformazione, ma mi ostino a sperare che l’ eccezionale collezione d’ arte contemporanea che ospitava non sia andata disgraziatamente dispersa all’ incanto, da Christie’s o da Sotheby’s, fra i marosi del mercato.

Esposti nel soggiorno, nel corridoio, in camera da letto e nel bagno c’ erano (e forse ci sono ancora oggi) capolavori di Jasper Johns, Roy Lichtenstein, Frank Stella, Andy Warhol, Robert Rauschenberg, Jackson Pollock, Willem de Kooning, Franz Kline, Yves Klein, Cy Twombly, Claes Oldenboug, Ellsworth Kelly, Bruce Nauman, Richar Serra, James Rosenquist… e tanti altri ancora.
Gli arredi dell’ appartamento erano stati scelti in obbedienza al gusto sobrio, elegante, allo stesso tempo ironico e sofisticato del padrone di casa. Mi piace anche far notare come la semplicità dei mobili e delle stanze fosse qua e là perturbata proprio dai capolavori della Pop Art, giustapposti non senza giocose relazioni con gli oggetti d’ uso quotidiano.

Appartamento di Leo Castelli: il soggiorno

Appartamento di Leo Castelli: particolare di una stanza

Nel soggiorno, sopra il caminetto, proprio accanto ad un tavolino di Jean e Jacques Adnet dove splendeva una lampada di Edgar Brant del 1925, c’era la “Flag” del 1958 dipinta da Jasper Johns. Nella stessa stanza mi diverte ritrovare, ripiegata sullo schienale di una poltroncina Carlo X, un’ autentica bandiera americana che creava un ironico “pendant” con l’ opera di Johns. E sempre di Johns è il dipinto che si intravvede nella penombra, intitolato “Target with Plaster Casts”, del 1955: l’ ospite che passava lo sguardo su quest’ opera poteva ritrovare nei cerchi del bersaglio quella prevalenza di giochi geometrichi che già caratterizzava la “Flag” esposta sul camino. E abbassando gli occhi, altre geometrie si disegnavano nel tappeto steso sul parquet e cucito in India su disegno di Frank Stella.

Leo Castelli e l'esemplare di "Brillo box" di sua proprietà

Sulla chiara tinta neutra delle pareti si accendevano dunque le tonalità delle pitture di Johns; e nel caminetto divampava, al posto del fuoco, il giallo della “Yellow Apple”; una scultura di Roy Lichtenstein realizzata all’ inizio degli anni Ottanta: di suo c’era anche la tazzina in ceramica che era esposta su un tavolo proprio accanto alla sua “Cup of Coffe” del 1962. Infine, nella camera s’ imponeva allo sguardo la coperta color panna del semplicissimo letto; e sul comodino decò, sotto l’ abatjour, c’erano il telefono e una sveglia da viaggio. Appeso alla parete, proprio sopra il cuscino, c’era un lavoro di Edward Ruscha del 1987 intitolato “Dreams”.

Ora lasciamo l’appartamento e andiamo via; ma non prima di gettare un’ occhiata ad una delle scatole Brillo di Andy Warhol, che in una casa come questa non poteva proprio mancare! Leo Castelli l’ aveva fatta ricoprire con un involucro di plexiglas trasparente. E quest’ opera d’ arte, nata provocatoriamente come banale e fedele riproduzione di una confezione di detersivo, veniva così trasformata in un inedito oggetto da usare tutti i giorni: un “coffee table” dove servire il vassoio con l’ espresso, o esibire cataloghi e libri d’ arte per intrattenere gli ospiti.

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