“La terra dove ero stato allevato si trovava sulla strada. Quando scorsi i boschi dove avevo passato i soli momenti felici della mia vita non potei trattenere le lacrinme, e mi fu impossibile resistere alla tentazione di dire ad essi un ultimo addio. Mio fratello maggiore aveva venduto l’eredità paterna e il nuovo proprietario non ci abitava; arrivai al castello dal lungo viale di abeti; attraversai a piedi i cortili dei servi; mi fermai a guardare le finestre chiuse o a metà infrante, il cardo che cresceva ai piedi dei muri, le foglie di cui era cosparsa la soglia delle porte, e quel ripiano solitario in cima alla scalinata sulla quale avevo visto così spesso mio padre e i suoi fedeli servitori”.

Il castello di Combourg in una stampa di epoca romantica

“I gradini erano già coperti di muschio; la violaciocca gialla cresceva fra le loro pietre disgiunte e tremanti […] Percorsi gli appartamenti sonori dove non si udiva che il rumore dei miei passi. Le camere erano appena rischiarate dalla debole luce che penetrava fra le imposte chiuse: visitai quella dove mia madre aveva perduto la vita mettendomi al mondo, quella dove si ritirava mio padre, quella dove avevo dormito nella mia culla, quella infine dove l’amicizia aveva ricevuto i primi voti in seno a una sorella. Tutte le sale erano prive di tende e il ragno filava la sua tela nelle alcove abbandonate”.

(François-René de Chateaubriand, “René”, 1802)

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