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Ero di pessimo umore quando l’avevo tirato giù da uno scaffale della libreria per portarlo via con me, tanto per non tornare a casa a mani vuote, senza niente di nuovo da leggere. Non mi aspettavo molto da quel libro comprato di malavoglia fra le nebbie della rabbia: non ero riuscito a trovare il saggio di Edith Warthon dedicato alle ville e ai giardini italiani che, da tempo, desideravo ardentemente; per questo, quel pomeriggio, sedevo scuro in faccia sull’ autobus che lasciava Milano , con “Tra le rovine” di Cristopher Woodward appoggiato sulle ginocchia – senza averlo neppure sfogliato, gettavo brevi occhiate torve alla copertina, leggendo con irritazione il banale sottotitolo scritto in piccolo: “Un viaggio attraverso la storia, l’ arte e la letteratura”.

Una volta superata la prima cattiva impressione, “Tra le rovine” si è invece rivelato un libro piacevolissimo. Già alle prime pagine si comincia “in grande” con il Colosseo: e si prova un senso di commosso entusiasmo nell’ incontro con un visitatore d’ eccezione, quasi sconosciuto alla letteratura, che ha approntato un’ avventurosa ricognizione botanica dell’ intero anfiteatro – quando era ancora ricoperto di verde, come documentano alcune vedute romane di Van Wittel.

«Un botanico inglese, di nome Richard Deakin, ci ha lasciato la più bella fra tutte le descrizioni dell’ anfiteatro nella “Flora of the Colosseum” (1855). Deakin catalogò e illustrò non meno di 420 specie di piante che crescevano nei due ettari del rudere, un microclima umido a nord, caldo e secco sui pendii esposti a sud. C’ erano cipressi e lecci, cinquantasei specie di graminacee e quarantun varietà della “tribù delle leguminose o dei piselli”, ma Deakin era appassionato soprattutto dei molti fiori selvatici: i piccoli garofani rossi del genere “Dianthus” che si raggruppavano sotto le arcate inferiori, e gli anemoni dalla forma stellata che occhieggiavano fra i sassi in primavera. Alcuni fiori che crescevano nel Colosseo erano così rari nell’ Europa occidentale che si poteva spiegare la loro presenza solo con l’ ipotesi che duemila anni prima i loro semi fossero stati dispersi sulla sabbia dal corpo di animali importati per i giochi dei gladiatori dalle montagne della Persia o dalle rive del Nilo».

Il Ninfeo di Lainate

Poco prima di concludersi fra le ville in rovina dove il piccolo Tomasi di Lampedusa trascorreva assolati giorni d’ estate, il libro di Woodward fa in tempo ad affrontare anche la triste fine toccata alle tenute ottocentesche dell’ aristocrazia inglese, andate distrutte durante il secondo conflitto mondiale, abbandonate allo sfacelo dagli ultimi eredi di lords decaduti, oppure cedute ai migliori offerenti – ma pur sempre a prezzi stracciati. Così su due piedi non saprei dirlo con certezza, ma fra queste “country houses” dovevano esserci alcune delle residenze georgiane dove Mario Praz ritornava non appena metteva piede in Inghilterra, anche soltanto per poter rivedere un soffitto neoclassico di Robert Adam: e i nuovi padroni di casa, quando lo accoglievano stupefatti sulla soglia, dimostravano indifferenza verso la cattiva sorte delle decorazioni pompeiane in stucco bianco che si sfarinavano al di sopra delle loro teste.

Per piangere sui resti di qualche villa d’ epoca non ho bisogno di imbarcarmi a Calais per attraversare la Manica. Mi basta cercare fra i resti delle numerose residenze di campagna costruite dall’ opulenta aristocrazia lombarda: fra tutte, conosco abbastanza bene la Villa Borromeo Visconti Litta di Lainate, a pochi chilometri da Milano; una “delizia” cresciuta attorno ad un nucleo cascinale ampliato nel Cinquecento per volontà del suo illustre padrone, Pirro Visconti Borromeo. L’ imponente ala che oggi ospita il magnifico salone da ballo risale invece al Settecento, e sul finire del secolo anche il giardino all’ italiana venne in buona parte tradotto “all’ inglese”, aggiornandolo secondo i canoni dell’ idea di natura tipica del Romanticismo. Al di là delle mura che oggi chiudono il parco scorre il canale Villoresi, e poco oltre, dietro ad una lunga parete ricoperta di tessere in marmo grigio, c’è la fabbrica delle caramelle Perfetti: marchio reso famoso dal chewing-gum “Brooklyn”, la “gomma del ponte”; in riferimento non tanto al famoso ponte sospeso di New York quanto a quello di mattoni rossi, costruito dal signor Perfetti, che permetteva agli operari lainatesi di attraversare agevolmente il canale per raggiungere lo stabilimento – dal quale ancora oggi si diffondono gli odori pungenti degli aromi alla liquirizia e alla menta.

Fin qui la villa non si distingue né più né meno da tante altre residenze sorelle e cugine, imparentate fra loro, dei grandiosi palazzi nobiliari di Milano. Se non fosse che, nel parco, l’ inaspettata presenza di uno straordinario ninfeo cinquecentesco – voluto da Pirro Borromeo Visconti per allestire la sua collezione di opere d’ arte – ammanta d’ un inedito fascino la “delizia” lainatese.

Il ninfeo è un edificio dall’ aspetto primordiale – lo scenario ideale per farci un “peplum”: come se in una mitica età perduta la pianura padana fosse stata il fondale di un vasto oceano, dal quale spuntavano soltanto, come un arcipelago di isole, le cime più alte delle Alpi: si può immaginare che Nettuno avesse scelto di far costruire proprio là, sulla stessa melma dove ora sorge Lainate, un magnifico palazzo tutto per se; sotto la stessa acqua salata che, più tardi, si sarebbe ritatata da una parte e dall’ altra a formare il Tirreno e l’ Adriatico. E quel che ne è rimasto, con la dipartita delle divinità marine, è una fantasia architettonica organizzata in numerosi ambienti disposti attorno ad un ampio atrio: sale interamente ricoperte di mosaici, intessuti con piccoli ciottoli bianchi e neri, si aprono su finte grotte di roccia tufacea. Nelle pareti corrono le tubazioni e i meccanismi segreti di un complesso sistema di giochi d’ acqua, che spruzzando al momento giusto gli ignari visitatori proponevano un piacevole intrattenimento per gli illustri ospiti della villa; attenunando al tempo stesso le ossequiosità dell’ etichetta e l’afa estiva.

Le origini del ninfeo di Villa Visconti Borromeo Litta sono emerse dall’ oblio grazie agli studi di Alessandro Morandotti, storico dell’ arte romano di nascita e appassionato di storia del collezionismo. Per intendere l’ importanza del lavoro di ricerca condotto da Morandotti è sufficiente soppesare e sfogliare “Milano profana nell’ età dei Borromeo”, il volume Electa che descrive il ninfeo in pagine di grande formato, collocandolo nel più ampio clima culturale della Lombardia sul finire del Cinquecento: quando cominciavano a farsi sentire i tormenti spirituali che sobbollivano sotto il manto di contrizione steso su Milano dagli arcivescovi Borromeo – fra impegno “de propaganda fide”, assunzione di supplenza politica verso le mancanze del dominio spagnolo, ed efficace elaborazione artistica dei precetti controriformistici postconciliari.

Come una valvola che sfogava nel fantastico le tensioni moralistiche della realtà politica e religiosa lombarda, il ninfeo soddisfava le esigenze di svago dell’ aristocrazia laica milanese, esibite anche attraverso scelte di gusto collezionistico da “Wunderkammer” – con le più diverse curiosità naturali che potevano convivere fra gli estremi echi artistici del Manierismo e gli albori ancora alchemici della scienza seicentesca: con aperture verso similari esperienze europee tutt’ altro che episodiche. Seguiamo Morandotti in un articolo dedicato al ninfeo apparso su FMR qualche anno fa; quasi una breve anticipazione di quello che sarebbe poi diventato il suo libro – che vado a rimettere sulla mia libreria, dal momento che non riesco a ricavarne frammenti significativi abbastanza sintetici da poterli ospitare qui, in questa sede.

«Certo questa […] è una Milano che stentiamo ad intendere, perché sotto l’ egida dei due arcivescovi di casa Borromeo (Carlo e Federico) abbiamo imparato a conoscere quasi a memoria la Milano sacra, mentre il gusto artistico della società laica fatica a trovare una precisa e connotata fisionomia: che pure esisteva e si manifestava fra arti suntuarie, affreschi e libri lascivi, come era già chiaro a san Carlo, che si affrettava a stigmatizzare tutto questo nel suo “Memoriale ai milanesi” (1579). Quanto era inviso a san Carlo, Pirro Visconti lo ricercava con cura, passione e competenza: sculture e dipinti profani, cristalli incisi decorati con fantasie arabescate, coppe e vasi di pietre dure alle forme zoomorfe. Tutto questo arrivava nelle sale del suo ninfeo, arredate dunque come le sale espositive volute dai principi tedeschi a Monaco, Praga, Ambras, o quelle montate pressochè negli stessi anni del Cinquecento dai granduchi di Toscana a Firenze o dai Gonzaga a Mantova. Prodotti da esportare, certo, come ci hanno insegnato gli storici, ma anche da ammirare nel segreto delle proprie stanze, magari senza dirlo ai parenti troppo moralisti».

Infatti, nelle sale del ninfeo, fra dipinti di Bronzino e Correggio, gli ospiti potevano ammirare le coppe in cristallo di rocca e diaspro venute fuori da botteghe milanesi come quelle dei Miseroni, molto apprezzate in Europa – tanto che i Miseroni lavorarono anche per la Praga “magica” di Rodolfo II. Oltre a coinvolgere il miglior artigianato di provenienza locale, Pirro Visconti Borromeo si era rivolto anche agli artisti operanti nel contesto milanese; come lo scultore Francesco Brambilla il Giovane. A redigere il progetto dell’ edificio era stato chiamato l’ architetto Martino Bassi, e la decorazione degli interni (probabilmente legata ad un programma ideato dal poeta Giovan Paolo Lomazzo) venne affidata a Camillo Procaccini, pittore di origini emiliane.

A questo artista e in particolare alla sua attività giovanile fra Emilia, Lombardia e Canton Ticino, è stata recentemente dedicata una bella mostra – curata da Daniele Cassinelli e Paolo Vanoli – che ha contribuito a ricollocare al suo posto un tassello apparentemente secondario, eppure così importante, della storia della pittura italiana fra Cinquecenteo e Seicento: ovvero gli apporti di provenienza emiliana, ancora felicemente correggeschi, che hanno influenzato la produzione figurativa del nord Italia, e della Lombardia in particolare. Leggiamo dunque alcune osservazioni sull’ attività lainatese di Camillo Procaccini dal catalogo pubblicato da Silvana Editore – nel quale, se seguite la lista dei ringraziamenti, troverete anche il sottoscritto.

«[…] Il clima culturale che si respirava a Lainate, grazie soprattutto alla presenza di Giovan Paolo Lomazzo, aveva un deciso sentore sperimentale, che contagiò ben presto Procaccini, il quale per le pareti e le volte del ninfeo ideò un’ inedita tecnica di pittura su ciottoli di fiume, puntualmente rilevata nelle sue peculiarità da Gerolamo Borsieri, che ci parla di una decorazione a “commessi Mosaici secondo le regole della pittura, particolarmente da Camillo Procaccini che, in ciò non ha punto diminuita la sua fama, che egli allora cominciava acquistare con l’ havervi operato ancora col pennello”».

«Nelle sale lo spettatore è avviluppato da fitti arabeschi dipinti, in cui si intrecciano essenze arboree rampicanti, mentre sui soffitti corrono fregi dove appaiono creature desunte dal fantasioso bestiario che affolla i grotteschi del poeta, seguendo un progetto iconografico che per molti aspetti sfugge ai tentativi di interpretazione dell’ esegeta. Un habitat ricolmo di animali esotici, quali scimmie ed elefanti, e, soprattutto, personaggi fantastici, come sileni, fauni, arpie, draghi e sirene, non senza un riferimento alla fauna lombarda, grazie alla comparsa di bisce e di enormi “chiocciole scabrose”».

A voler essere sinceri ci si poteva forse aspettare un migliore recupero delle pitture del Procaccini, ma al di là di questa pecca il lungo restauro del ninfeo rimane un intervento pregevole; senza poi dimenticare la gravità dei mali strutturali che affliggevano il povero edificio, rimasto privo delle cure necessarie durante lunghi anni di abbandono e di mancata manutenzione. Durante la guerra, a patire le conseguenze peggiori di questa forzata solitudine (dopo un glorioso passato accompagnato dalle risate e dagli strilli della nobiltà che si divertiva fra gli spruzzi scherzosi dei giochi d’ acqua) è stato l’ ambiente più suggestivo, ma anche per questo più fragile, dell’ intero complesso architettonico; il “Cortile delle piogge”: una piccola piazza ovale con al centro una colonna sormontata da un capitello che, un tempo, dalla bocca aperta dei suoi mascheroni, gettava zampilli d’ acqua sugli abiti già fradici degli ospiti.

Tutt’ attorno le pareti che chiudevano la piazzetta erano affrescate con vedute di paesaggi naturali, incastonati in cornici di roccia, ciottoli e conchiglie. Nel cortile potevano essere generate varie intensità di pioggia, e i pomeriggi di sole offrivano lo spettacolo di piccoli arcobaleni che velavano di colori gli scrosci d’acqua piovana. Ma oggi la sola pioggia che cade su questo piccolo luogo segreto, con la pavimentazione ancora ricoperta di sassolini bianchi e rosa, la portano le nuvole – quando, una volta ogni tanto, si decidono ancora ad attraversare il cielo sopra Lainate.

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All’ uscita di quel che resta del “Cortile delle piogge”, ad appoggiar appena il piede sopra un gradino, ci si ritrova schizzati da altri spruzzi d’ acqua; come racconta Stendhal nel suo “Rome, Naples et Florence en 1817” – anche se l’ autore, in questo suo prezioso “reportage d’ Italie” (come ricorda Alberto Savinio in “Ascolto il tuo cuore, città”) sembra dedicare più attenzioni a Milano di quante ne rivolga a Roma, a Napoli o a Firenze.

«Il faut bien se garder de se promener seul à Lainate; ce jardin est plein de jets d’ eau destinès à mouiller les spectateurs. En posant le pied sur la premiére marche d’ un certain escalier, six jets d’ eau me sont partis entre le jambes. C’est en Italie que les architects de Louis XIV prirent le goût de jardins comme Versailles et les Tuileries, où l’ architecture est melee aux arbres».

Con Stendhal siamo ormai nel 1817. Qualche anno più tardi Carlo Bossoli arriverà alla villa per illustrare l’ ancor vivace mondanità lainatese in alcuni squisiti acquerelli di piccolo formato, evidenziando l’ aspetto fiabesco ed esotico del ninfeo nell’ esagerata sproporzione fra l’ imponente facciata (restaurata con incrostazioni di roccia e conchiglie soltanto pochi decenni prima) e i minuscoli visitatori ai suoi piedi; dame e cicisbei elegantemente vestiti che sembrano nobili occidentali alla scoperta d’ un misterioso tempio d’ oriente, sotto un inquieto cielo fattosi livido per l’ opprimente umidità tropicale: come se si trovassero davanti alle rovine di Angkor Wat, gli incantevoli sipari di pietra che si chiudono sul finale di “In the mood for love” – quando Chow-Mo whan affida alla fessura di un muro, con un sussurro, il segreto della sua storia d’ amore.

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